Dai bistrot alle chiatte sulla Senna: i 120 luoghi del Commissario Maigret

 

I romanzi di Georges Simenon hanno due protagonisti: il commissario Maigret e Parigi. I 75 romanzi e i 28 racconti polizieschi nei quali Jules Maigret indaga sono anche un monumento letterario alla città, che pure ne ha avuti molti: forse uno dei più belli, certamente uno dei più completi. Del resto Simenon, nato a Liegi, era arrivato a Parigi nel 1922 e se ne era innamorato subito, anche se poi ci visse soltanto fino al ‘38.

La sua Parigi rimane intatta durante tutta la saga del commissario, dal 1930 al ‘72, fuori dal tempo, immota in un bianco e nero da fotografie di Doisneau, una Parigi di bistrot, case chiuse, balli popolari, chiatte sulla Senna e stazioni con ancora le locomotive fumanti. E dire che nei meravigliosi sceneggiati Rai, in bianco e nero anche loro, con il grande Gino Cervi nei larghi panni del commissario (secondo Simenon, di tutti gli attori che avevano impersonato il suo personaggio era Cervi quello che gli si era «più avvicinato») e la non meno brava Andreina Pagnani come madame Maigret, Parigi non si vedeva quasi mai, perché per risparmiare erano girati in studio…

maigret-tavolaPerò quella Parigi, la Parigi di Simenon, è ancora tutta lì (o quasi), come dimostra un volumetto di Michel Carly, grande simenonologo, «Maigret – Traversées de Paris», ovvero «I 120 luoghi parigini del commissario». A cominciare dalla casa: il commissario abita con la signora Maigret al 132 di boulevard Richard-Lenoir, un vialone che risale da piazza della Bastiglia verso nord.

Per la verità, se il nome del boulevard è citato nei romanzi per ben 187 volte (Carly è pignolissimo), il numero civico appare solo in uno, «Maigret et son mort» pubblicato nel ‘48, in italiano «Ben tornato, Maigret» o «Il morto di Maigret», a seconda del traduttore e dell’editore. Ma allora non si capisce perché Maigret, le rare volte che prende il metro, non lo faccia alla fermata di Oberkampf invece che alla Bastiglia, e soprattutto perché sua moglie vada a fare la spesa lontano quando, proprio sotto casa, c’era e c’è uno dei più colorati e appetitosi mercati parigini.

I Maigret vivono lì, in affitto, dal 1912, cioè da quando si sono sposati (ricordiamo che il commissario è nato nel 1887). A parte un breve periodo durante il quale devono traslocare perché il proprietario ha deciso «finalmente» di restaurare il palazzo. E allora il poliziotto più famoso di Francia trasloca in place des Vosges. E questo è possibile solo nei romanzi, o almeno in quelli d’epoca. Adesso la splendida place des Vosges è uno degli indirizzi più chic e di conseguenza cari di Parigi.

Lì abitano star del cinema, ministri ed ex tali, grandi chef e, almeno finché la moglie non si è decisa a sbatterlo fuori, Dominique Strauss-Kahn. Ma Simenon la conosceva bene, perché nel 1923 la piazza, non così esclusiva e anzi ancora malandata come tutto il Marais oggi alla moda, era stato il suo primo indirizzo parigino: prima, aveva sempre vissuto in piccoli hôtel un po’ equivoci. Simenon stava al 21 (Dsk, per la storia, al 13) e aveva come vicino di casa, guarda caso, un certo… Paul Maigret.

Poi, naturalmente, il 36, Quai des Orfèvres, la mitica sede della Polizia giudiziaria, dove il signor commissario ha l’ufficio al secondo piano, con la stufa di ghisa che ha ottenuto di conservare dopo l’installazione del riscaldamento centralizzato. Tutto è descritto con precisione: lo scalone polveroso, il lungo corridoio, la sala d’aspetto dove i sospetti attendono l’interrogatorio di Maigret (ma lui trasuda una tale umanità che alla fine confessare è un sollievo), gli uffici vecchiotti. Qualche anno fa, però, la Brigata omicidi ha traslocato altrove.

Invece la brasserie Dauphine dove Maigret va a mangiare o dalla quale si fa portare un gran vassoio di panini e «demi», i boccali di birra, non esiste. O almeno non è mai esistita con questo nome. C’era invece un café-restaurant «Aux trois marches», ai tre scalini, che c’è ancora anche se ha cambiato nome. Simenon, peraltro, ci si fece fotografare bevendo, anche lui, un «demi». Accanto, al numero 15 della place Dauphine, una targa ricorda che vissero lì Yves Montand e Simone Signoret.

E poi: Pigalle e le sue luci, le stazioni (detestate da Simenon), i canali (amatissimi), le Halles non ancora smantellate con i loro alberghetti sordidi, i ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari al suono della fisarmonica, la rue Lepic, «la via più umana del mondo», certe strade signorili e misteriose di Neuilly o del sedicesimo arrondissement, e chissà che drammi dietro quei portoni chiusi con gli ottoni che brillano… Pochi come Simenon hanno raccontato così Parigi, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi suoni, la sua luce, perfino i suoi odori. Scrittore popolare, può darsi; grande scrittore, senza dubbio.

 

Autore dell’Articolo Sig. Alberto Mattioli



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