Dopo cinquant’anni, la pipa di Maigret continua a fumare

Ci hanno provato in tanti. Jean Gabin, per dire. O Charles Laughton. Attori che nella storia del cinema meritano una poltrona nel pantheon dei grandi. Ma come lui, Luigi Cervi detto Gino da Bologna, classe 1901, nessuno mai. Maigret sarà sempre e soltanto lui, almeno nell’immaginario collettivo dell’Italia in bianco e nero, forse ingenua ma capace di grandi passioni, di amare ed elevare un personaggio e il suo interprete a icone senza tempo.

Cervi - Pagnani

E’ passato mezzo secolo, una vita, un’era geologica nel mondo della televisione, della fiction, nel modo di raccontare le storie, di strutturarle, di offrirle al consumo del pubblico. Cinquant’anni fa, era l’autunno del 1964, la Rai mandava in onda la prima serie delle indagini del commissario Maigret, senza poter prevedere che per otto anni sarebbe stato un successo clamoroso, non certificato dall’Auditel ma così profondo da diventare, forse, il primo fenomeno mediatico di massa della nostra televisione insieme ai quiz di Mike Bongiorno.

Due anni dopo, nel 1966, poi ancora nel 1968 e nel 1972, Gino Cervi e la sua compagnia di giro (Andreina Pagnani, Franco Volpi, Mario Maranzana, il livornese Daniele Tedeschi, Oreste Lionello) vennero praticamente «obbligati» a girare altri episodi, sedici in tutto, perché anche chi non aveva mai letto un romanzo di Georges Simenon (la maggior parte, in un paese ancora non del tutto alfabetizzato) davvero non poteva più fare a meno delle volute di fumo della pipa di quel attore-detective buono, burbero, così carnale e viscerale nell’interpretazione.
Maigret e Montalbano. Pochi sanno, però, che uno dei padri del successo televisivo del commissario con la pipa è stato Andrea Camilleri, il creatore di Montalbano. Il giallista siciliano, all’alba degli anni Sessanta, lavorava come produttore per la seconda rete della Rai, ed era quello che doveva inventarsi le trasmissioni di successo. «In quegli anni – ha raccontato Camilleri – non era facile portare certi prodotti in televisione, la grande prosa ad esempio. Il trucco per intercettare l’interesse del pubblico era scegliere i grandi attori e così avvenne con Cervi e la Pagnani: il successo fu tale che la sera in cui andava in onda Maigret le sale cinematografiche furono costrette a mettere gli apparecchi tivù, e farlo vedere prima del film. Altrimenti la gente se ne stava a casa e addio incasso».
Difficile non notare il fil rouge che lega la Parigi di Maigret alla Vigata di Montalbano: umanità, buon cibo e buon vino, la capacità di scavare nell’animo umano per arrivare alla soluzione, il tutore dell’ordine che diventa uno di noi con le sue manie, i suoi vizi, il suo privato.
Gli interpreti. Gino Cervi è stato il miglior Maigret della storia televisiva. Il ruolo di Peppone nella fortunatissima saga di Guareschi gli aveva già regalato una popolarità fragorosa e trasversale. Ma il personaggio letterario del commissario della polizia giudiziaria di Parigi sembrava tagliato apposta per lui. Fu Diego Fabbri a volerlo per la voce baritonale, il fisico massiccio, lo sguardo ironico dietro al cipiglio, la fissazione per la pipa, per la buona tavola, per il Calvados, l’imbarazzo nel rapporto con le belle donne. E soprattutto quella capacità di risolvere ogni sporco rebus che emergeva dai fumosi bassi di Parigi, un mondo sordido di prostitute, locali equivoci, povera gente, mettendo insieme pezzo per pezzo, mettendo a nudo l’anima dei criminali e delle loro vittime senza affidarsi agli strumenti più moderni, alla medicina legale ad esempio. L’esatto contrario dei Csi dei giorni nostri. Maigret era uno di famiglia perchè ci portava anche dentro le piccole vicende del suo appartamento di Avenue Richard Lenoir, che divideva con la dolce signora Maigret, una sorta di vedova bianca capace di aspettare il marito giorno e notte, con pazienza, preparandogli da mangiare a ogni ora, obbligandolo a infilare la maglia della salute nelle giornate fredde, ma anche di offrire all’amato le sue chicche di saggezza nei casi particolarmente complicati. Una superba Andreina Pagnani, doppiatrice storica delle divine Garbo e Hayworth, grande attrice di teatro e amata da Alberto Sordi nonostante la differenza di età (lei aveva 14 anni in più) ha accompagnato l’amico e sodale Gino Cervi (hanno fatto compagnia insieme in teatro per decenni), sulla strada dorata del successo.
E che dire della squadra del Quai d’Orfevres, sede (vera) della polizia parigina, i «ragazzi» amati da Maigret e obbligati a notti insonni tra appostamenti e pedinamenti? Questi ruoli sono stati i punti più alti delle carriere, ad esempio, di Mario Maranzana (il fido Lucas, così ipnotizzato dal capo da imitarlo anche nel fumo della pipa), di Gianni Musy (Lapointe), che proprio in quegli anni fece fortuna con un altro sceneggiato di grande successo, la Freccia Nera, di Manlio Busoni (l’ispettore Torrence) e del livornese Daniele Tedeschi, che interpretava il fatale e piacione Janvier. 84 anni, Tedeschi è nato a Milano ma a Livorno è cresciuto fino al trasferimento a Roma dove diventò molto noto come attore di prosa alla radio. Dopo il successo con Maigret, ha lavorato a lungo come doppiatore prima di trasferirsi in Argentina. Una presenza fissa, negli otto anni di Maigret, è stata anche quella di Franco Volpi, elegantissimo e austero attore milanese (interpretava il giudice Comelieau) che anche il pubblico più giovane ricorda nel ruolo del corrottissimo e cocainomane ministro in «Johnny Stecchino» di Roberto Benigni. E infine Oreste Lionello, la voce di Woody Allen, che impersonava il fragile e geniale medico legale Meurs.
I «camei». Tanti, tantissimi i grandi attori che hanno impreziosito la serie del Maigret italiano. Dal fiorentino Arnoldo Foà, torbido e tormentato Ducrau de «La Chiusa» all’altra toscana Marina Malfatti, dolce ed equivoca ballerina in «Maigret e le ombre cinesi». Sergio Tofano era il vecchietto un po’ svanito dell’«Affare Picpus», Cesco Baseggio, mito assoluto nella scuola veneziana, il falsario ottuagenario di «Maigret sotto inchiesta». Gian Maria Volontè era un credibilissimo pazzo omicida in «Una vita in gioco», il grande attore pistoiese Ugo Pagliai, qualche anno prima della sua esplosione con «Il segno del comando» e «L’amaro caso della Baronessa di Carini» era un giovane medico. E come dimenticare la Loretta Goggi sedicenne o Giuseppe Pambieri, nipote sventato dell’ispettore in «Maigret in pensione», ultimo atto della saga girato nel 1972, quando un Cervi già settantenne decise di chiudere questa bella favola perché la fisicità fatalmente non era più quella degli inizi: il grande attore morirà il 3 gennaio del 1974 a Castiglion della Pescaia.
Le ambientazioni. Erano gli anni pionieristici della Rai e i soldi erano pochi per le fiction d’antan. Così la produzione guidata da Fabbri e Camilleri decise di girare alcuni esterni a Parigi (soprattutto nelle sigle di apertura e chiusura si vedeva Maigret-Cervi passeggiare sul lungosenna, a Montmartre oppure salire con l’ascensore della Torre Eiffel) utilizzandoli poi come «inserti» dentro i racconti girati negli studi di posa della Rai, dove furono abilmente ricostruiti scorci delle strade parigine. Col passare degli anni poi, e con qualche progresso della tecnica, le scene all’aperto aumentarono.
YouTube. La serie di Maigret è stata
vendutissima in Vhs e in Cd ma è tornata a vivere davvero con l’avvento di YouTube, dove l’intera serie è stata condivisa, ottenendo un numero davvero clamoroso di visualizzazioni. Come dire, sono passati 50 anni, sono cambiati gli strumenti e il mondo, ma quella pipa non smette di fumare…

Articolo di Giorgio Billeri.



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