Dai bistrot alle chiatte sulla Senna: i 120 luoghi del Commissario Maigret

 

I romanzi di Georges Simenon hanno due protagonisti: il commissario Maigret e Parigi. I 75 romanzi e i 28 racconti polizieschi nei quali Jules Maigret indaga sono anche un monumento letterario alla città, che pure ne ha avuti molti: forse uno dei più belli, certamente uno dei più completi. Del resto Simenon, nato a Liegi, era arrivato a Parigi nel 1922 e se ne era innamorato subito, anche se poi ci visse soltanto fino al ‘38.

La sua Parigi rimane intatta durante tutta la saga del commissario, dal 1930 al ‘72, fuori dal tempo, immota in un bianco e nero da fotografie di Doisneau, una Parigi di bistrot, case chiuse, balli popolari, chiatte sulla Senna e stazioni con ancora le locomotive fumanti. E dire che nei meravigliosi sceneggiati Rai, in bianco e nero anche loro, con il grande Gino Cervi nei larghi panni del commissario (secondo Simenon, di tutti gli attori che avevano impersonato il suo personaggio era Cervi quello che gli si era «più avvicinato») e la non meno brava Andreina Pagnani come madame Maigret, Parigi non si vedeva quasi mai, perché per risparmiare erano girati in studio…

maigret-tavolaPerò quella Parigi, la Parigi di Simenon, è ancora tutta lì (o quasi), come dimostra un volumetto di Michel Carly, grande simenonologo, «Maigret – Traversées de Paris», ovvero «I 120 luoghi parigini del commissario». A cominciare dalla casa: il commissario abita con la signora Maigret al 132 di boulevard Richard-Lenoir, un vialone che risale da piazza della Bastiglia verso nord.

Per la verità, se il nome del boulevard è citato nei romanzi per ben 187 volte (Carly è pignolissimo), il numero civico appare solo in uno, «Maigret et son mort» pubblicato nel ‘48, in italiano «Ben tornato, Maigret» o «Il morto di Maigret», a seconda del traduttore e dell’editore. Ma allora non si capisce perché Maigret, le rare volte che prende il metro, non lo faccia alla fermata di Oberkampf invece che alla Bastiglia, e soprattutto perché sua moglie vada a fare la spesa lontano quando, proprio sotto casa, c’era e c’è uno dei più colorati e appetitosi mercati parigini.

I Maigret vivono lì, in affitto, dal 1912, cioè da quando si sono sposati (ricordiamo che il commissario è nato nel 1887). A parte un breve periodo durante il quale devono traslocare perché il proprietario ha deciso «finalmente» di restaurare il palazzo. E allora il poliziotto più famoso di Francia trasloca in place des Vosges. E questo è possibile solo nei romanzi, o almeno in quelli d’epoca. Adesso la splendida place des Vosges è uno degli indirizzi più chic e di conseguenza cari di Parigi.

Lì abitano star del cinema, ministri ed ex tali, grandi chef e, almeno finché la moglie non si è decisa a sbatterlo fuori, Dominique Strauss-Kahn. Ma Simenon la conosceva bene, perché nel 1923 la piazza, non così esclusiva e anzi ancora malandata come tutto il Marais oggi alla moda, era stato il suo primo indirizzo parigino: prima, aveva sempre vissuto in piccoli hôtel un po’ equivoci. Simenon stava al 21 (Dsk, per la storia, al 13) e aveva come vicino di casa, guarda caso, un certo… Paul Maigret.

Poi, naturalmente, il 36, Quai des Orfèvres, la mitica sede della Polizia giudiziaria, dove il signor commissario ha l’ufficio al secondo piano, con la stufa di ghisa che ha ottenuto di conservare dopo l’installazione del riscaldamento centralizzato. Tutto è descritto con precisione: lo scalone polveroso, il lungo corridoio, la sala d’aspetto dove i sospetti attendono l’interrogatorio di Maigret (ma lui trasuda una tale umanità che alla fine confessare è un sollievo), gli uffici vecchiotti. Qualche anno fa, però, la Brigata omicidi ha traslocato altrove.

Invece la brasserie Dauphine dove Maigret va a mangiare o dalla quale si fa portare un gran vassoio di panini e «demi», i boccali di birra, non esiste. O almeno non è mai esistita con questo nome. C’era invece un café-restaurant «Aux trois marches», ai tre scalini, che c’è ancora anche se ha cambiato nome. Simenon, peraltro, ci si fece fotografare bevendo, anche lui, un «demi». Accanto, al numero 15 della place Dauphine, una targa ricorda che vissero lì Yves Montand e Simone Signoret.

E poi: Pigalle e le sue luci, le stazioni (detestate da Simenon), i canali (amatissimi), le Halles non ancora smantellate con i loro alberghetti sordidi, i ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari al suono della fisarmonica, la rue Lepic, «la via più umana del mondo», certe strade signorili e misteriose di Neuilly o del sedicesimo arrondissement, e chissà che drammi dietro quei portoni chiusi con gli ottoni che brillano… Pochi come Simenon hanno raccontato così Parigi, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi suoni, la sua luce, perfino i suoi odori. Scrittore popolare, può darsi; grande scrittore, senza dubbio.

 

Autore dell’Articolo Sig. Alberto Mattioli

Indagini e buona tavola: svelato il segreto del commissario Maigret.

Ogni sera, rientrando a casa dopo una lunga giornata di indagini, il commissario Jules Maigret si divertiva a indovinare quale manicaretto sua moglie Louise gli avesse cucinato: un «boeuf miroton», una «blanquette de veau», una «tarte aux mirabelles», o forse un «gâteau aux amandes»…

A svelare le passioni culinarie del mitico detective è il prof. Hugues Corriat, di Alliance Française (a Genova, in via Garibaldi 20): il protagonista di ben 75 romanzi, frutto della penna del belga Georges Simenon, non è solo un eccellente ispettore ma anche un’ottima forchetta. Fulcro della conferenza tenutasi lunedì scorso, il libro Simenon et Maigret passent à table, scritto da Robert Courtine, amico del grande autore, e tradotto in italiano dall’editore Guido Tommasi sotto il titolo “A cena con Simenon e il commissario Maigret”.

maigret-mangiaUn’indagine trasversale dei romanzi del grande scrittore fa emergere tutta la sua passione per la buona tavola, e l’amico gastronomo è generoso di ricette, consigli e trucchi culinari, accompagnati da estratti dei romanzi e illustrazioni fotografiche della Parigi anni ’50.
Assaporando le pagine del libro si scopre che su 75 titoli, 49 sono farciti di squisitezze da far venire l’acquolina in bocca. Tra tutti, Maigret e il cliente del sabato, Maigret e il fantasma, Maigret e l’informatore, in cui spicca la saporita andouillette, una sorta di salsiccia francese tanto venerata da meritarsi il trono dell’«Associazione Amicale des Amateurs d’Andouillette Authentique» (A.A.A.A.A).

E da bravo giallista, Simenon ha disseminato i suoi romanzi di indizi culinari e doppi sensi, gustosissimi da decifrare, giocando abilmente con il parallelismo fra cucina e lavoro poliziesco. Così il sospettato numero uno viene «cotto a fuoco lento», a meno che non sia un tipo ermetico e ribelle all’autorità, uno «duro da cucinare». Ma se ad allargare le fila degli indiziati si aggiungono altri elementi, è probabile che prima o poi finiscano sul «panier à salade», il furgone della polizia che si chiama proprio come… un cestello per lavare le insalate. E qualora il sospettato sia davvero sfortunato, probabilmente verrà sottoposto agli sfiancanti interrogatori di un «boeuf carotte», nomignolo con cui vengono designati i membri dell’ «Inspection générale de la Police Nationale (IGPN)», la polizia delle polizie… nonché succulento piatto a base di manzo e carote, che necessita appunto di una lunghissima cottura.
Il commissario Maigret non si limita, però, a mangiare (e bere) di gusto, ma si diverte nel suggerire il grado di complessità delle sue indagini sulla base dei cibi che consuma: un solo piatto mangiato (possibilmente la mitica andouillette) indica un lavoro piuttosto semplice, e un’indagine che si risolve nell’arco di un solo pasto. In 20 romanzi su 75, invece, Maigret si delizia con due portate… e quando addirittura associa carne e crostacei insieme, è alle prese con un caso assai difficile e dai confini indefiniti: la vittima è un suo collega ispettore («né carne né pesce»). In alcuni casi (6, per la precisione) il commissario sembra proprio sudare sette camicie, e si consola con un ricco menu, dall’entrée al dessert: l’indagine è quindi lunga e articolata.


Il buongustaio Maigret mangia bene, volentieri e con cura, e ai suoi appassionati lettori non sarà certo sfuggito che le migliori ispirazioni gli vengono proprio a tavola… merito forse dell’eccellente cucina francese che stimola e acuisce i suoi sensi. E così come usa, in una sinestesia di gusto e intuizione, tutti i cinque sensi per assaporare i cibi, allo stesso modo li usa per sviscerare i misteri del suo lavoro. Ai lettori il piacere di scoprire nei capolavori di Simenon tutti gli indizi del suo profondo gusto per la cucina tradizionale, ora genuina e semplice come un piatto veloce al bistrot all’angolo, ora sofisticata e complessa… proprio come le indagini del suo mitico personaggio.

 

Articolo tratto da: Il Giornale.it

«Montalbano ha imparato da Maigret»

Premessa del curatore del blog
Questo articolo può sembrare lungo e pesante, in realtà è gradevole e si legge tutto d’un fiato.
camillerisimenon

John Simenon con Andrea Camilleri


Camilleri a Simenon jr: i romanzi di tuo padre rinascevano per la tv, e io li studiavo.

Il padre del commissario Montalbano e il figlio del creatore di Maigret si incontrano, e Camilleri confessa d’aver imparato a scrivere gialli proprio grazie al collega: lo scorso 18 giugno Andrea Camilleri ha accolto nella sua casa romana John Simenon, figlio dello scrittore Georges, per una conversazione che è stata resa possibile dalla collaborazione tra gli editori Adelphi e Sellerio, che pubblicano i romanzi dei due autori.
Il dialogo diventerà un documentario di 40 minuti (una produzione Anele di Gloria Giorgianni) di cui il «Corriere della Sera» propone qui in esclusiva assoluta un ampio stralcio e sul sito corriere.it uno spezzone video esclusivo di 8’50”. In autunno il documentario intero andrà in onda su Sky Arte Hd, e in seguito sarà visibile sui siti delle case editrici Adelphi e Sellerio, e sul sito di John, http://www.simenon.co .

Nella trascrizione in questa pagina, oltre al dialogo tra Simenon figlio e Camilleri, appaiono in neretto alcune domande proposte durante il dialogo in casa Camilleri dall’editor di Adelphi, Ena Marchi, e dall’assistente di Camilleri, Valentina Alferj. «Si sono scambiati doni – racconta la Marchi -, John ha portato a Camilleri una prima edizione di un libro di suo padre, poi hanno cominciato a parlare felici e commossi; e alla fine abbiamo dovuto interromperli noi».

Una conversazione durata due ore, durante la quale il figlio di Simenon e Camilleri hanno rievocato ricordi inediti. Anzi, il creatore di Montalbano, che ha lavorato come delegato Rai all’intera serie televisiva di Maigret dal 1966-67 al ’72, ha confessato d’aver imparato a scrivere gialli allora, a fianco dello sceneggiatore Diego Fabbri.
Andrea Camilleri
– Non ho nessuna fantasia. Non so inventarmi una cosa ex novo . Ho bisogno di partire da dati di realtà. Tutte le storie di Montalbano sono fatti di cronaca vera, cronaca nera. Da me impastati in un certo modo. Però mi fa piacere avere un compagno come Simenon (che ha sempre sostenuto, appunto, di non aver inventato niente, ndr ).
John Simenon – Credo che anche lui sarebbe stato molto contento di avere lei, Camilleri, come compagno. Mi dispiace solo che non abbia avuto il tempo di conoscerla.

Camilleri, lei afferma di essere ricattato da Montalbano…
A.C. – Avviene un fenomeno singolare: ogni volta che esce un libro di Montalbano i miei romanzi, quelli ai quali tengo di più, si rivendono. Certo, se ne vendono poche centinaia di copie, ma sono romanzi di trent’anni fa. Cioè, lui permette ai miei romanzi di restare, come si dice, in catalogo. Li tiene vivi. E quindi è un ricatto indiretto – o diretto, se vuole.

Anche Simenon si sentiva ricattato da Maigret?
J.S. – Ricatto non è la parola giusta, diciamo che c’è stata una evoluzione, per caso e per necessità. Due anni dopo aver cominciato a scrivere le inchieste di Maigret mio padre ha smesso, perché voleva scrivere i suoi romanzi, quelli che all’epoca lui chiamava i suoi «romanzi puri» e che in seguito verranno chiamati «romanzi duri». Dal 1934 all’inizio della guerra Simenon non scrive più Maigret, poi ricomincia a scriverne. La vera ragione è proprio nella guerra, perché durante la guerra era difficile, per esempio, procurarsi la carta. Allora il suo editore dice: guarda, se tu ricominci a scrivere dei Maigret, forse mi è più facile trovare carta per pubblicare…

Che cosa vuol dire per uno scrittore ottenere il successo?
A.C. – Il successo non cambia uno scrittore. Può cambiare un finto scrittore, anche per ciò che riguarda la sua scrittura. Perché, per quanto ogni scrittore ami avere un pubblico vasto, non sta mica a sentire il pubblico, se è un vero scrittore.
J.S. – Il successo non ha mai cambiato mio padre. Ha cambiato in qualche modo la sua vita reale. Ma non l’uomo. Purtroppo ha avuto una influenza nefasta sulla sua vita coniugale, per esempio nei rapporti con mia madre…

Camilleri, ci dica quello che pensa di Zingaretti come Montalbano e di Gino Cervi come Maigret.
A.C. – Il personaggio di Montalbano io me lo sono sempre immaginato, visto, con i capelli, i baffi, quindi, arrivati a un certo punto, l’attore Zingaretti è calvo come una palla di biliardo, non solo, ma è anche assai più giovane del mio Montalbano. L’ho lasciato fare al regista perché avendo fatto per lungo tempo il regista so come sia noioso l’autore, quindi per non farmi tacciare di noioso mi sono sempre tenuto lontano dal set. Però Zingaretti era stato allievo mio all’Accademia e sapevo quanto era bravo. E questo mi ha confortato molto. Perché non ha importanza il fisico del ruolo, come si diceva una volta, l’importante è che ti dia a bere in quell’ora e mezza che lui è il migliore Montalbano possibile, e Zingaretti ci riesce. Mi interessa, invece, più parlare da produttore del Maigret televisivo. Imparai l’arte dello scrivere romanzi gialli seguendo lo sceneggiatore, Diego Fabbri, il quale destrutturava proprio il romanzo e lo ristrutturava. Da questo montaggio e rimontaggio impari a scrivere un giallo. Ecco il mio debito enorme nei riguardi di Simenon. Anni dopo, quando mi venne in mente di scrivere il primo poliziesco, mi tornò in mente questo lavoro fatto accanto a Diego Fabbri. Ma la cosa straordinaria era quello che il pubblico non vedeva mai. Cioè a dire la tecnica di Cervi. Cervi non imparò mai la parte a memoria. Mai. In sala prove, se ne stava così, e il suggeritore accanto a lui leggeva le sue battute e sentiva le risposte degli altri. Mai imparò la parte. Però girava con il romanzo in tasca. E sentendo una scena si andava a rileggere il romanzo. Come se per lui attore valesse di più la suggestione che gli veniva direttamente dalle pagine di Simenon che non dalla sceneggiatura. Allora come faceva a recitare? C’erano i cosiddetti gobbi, la sua parte era tutta sul rullo. E allora, mentre caricava la pipa e faceva una pausa, in realtà leggeva la battuta e poi la diceva. Queste meravigliose pause che dimostrano come una sorta di sotto pensiero in realtà sono fatte da lui per leggere, per leggere le battute che deve dire. Ma le dice in un modo perfetto perché le ha ricavate dal romanzo.

E Simenon, che cosa pensava degli interpreti di Maigret?
J.S. – Per lui tutti i Maigret sullo schermo erano tradimenti. Come ha detto Camilleri, se li faceva andare bene. Quello che avevano sullo schermo era una credibilità. Quasi subito, come lei, ha deciso di non interferire. Lei, Camilleri, ha raccontato, per esempio, che quando ha sottoposto a Simenon gli interpreti dei vari personaggi non gli era piaciuta tanto Andreina Pagnani, perché la trovava troppo bella per essere la moglie di Maigret. Ma alla fine lei l’ha convinto, quindi in realtà Simenon non ha messo nessun veto, non voleva essere uno dei tanti autori rompiscatole.
A.C. – Tante cose, leggendo i suoi libri, mi viene in mente di dire: questo glielo avrei chiesto volentieri. Ma, insomma, è andata così.

 

Articolo tratto da CORRIERE.IT

Simenon scrive a Maigret

In una  dettatura Simenon  confessa:  “Mi sento pieno  di  rimorsi  di  avere completamente trascurato Maigret dopo  l’ultimo romanzo.   E’ un  pò come aver lasciato  un  amico  senza stringergli la mano. Si creano tra un autore ed i suoi personaggi dei  legami  affettivi.  Dopo sette anni di silenzio, i rimorsi sono  troppo forti, Simenon  non  può più trattenersi  e decide di “ritrovare” Maigret scrivendogli.

Losanna, 26 settembre 1979

Monsieur et Madame Maigret
Meung-sur-Loire

Caro Maigret,

Sarà  probabilmente  stupito  di  ricevere  una  mia  lettera  dopo  sette  anni  di lontananza. Quest’anno è il cinquantesimo anniversario dal giorno in cui, a  Delfijl, ci siamo conosciuti. Maigret
Lei aveva circa  quarantacinque anni.  Io ne avevo venticinque.
Ma lei ha avuto la fortuna, in seguito, di passare un certo numero d’anni senza invecchiare.
Non è che alla fine delle nostre avventure e dei  nostri incontri  che ha raggiunto  i cinquantatré anni,  poiché  il  limite d’età, è  per  i  poliziotti  ed  anche  per  i commissari  di  divisione, quale  lei  è, di  cinquantacinque anni, che età avrebbe dunque oggi ?  Non ne so nulla,  visto il privilegio  del  quale lei ha approfittato così a lungo. Al contrario, io sono  invecchiato,   molto più  in fretta di  lei, come i comuni mortali, ed ho ampiamente superato i settantasei anni.
Non so se abiti sempre nella sua piccola casa di campagna di Meung-sur-Loire, se peschi ancora con  la  lenza e se coperto da  un  largo cappello di paglia si occupi ancora del suo giardino;  se la signora  Maigret  le  prepari  sempre quei  manicaretti che  le piacciono tanto e se le accada come accadeva a me alla sua età, di andare a giocare a carte nell’osteria del paese.
Eccoci entrambi in pensione e, spero per lei, assaporando tutte le piccole gioie della vita annusando l’aria del mattino, osservando con curiosità la natura e gli esseri che ci circondano.
Ci tenevo ad augurare un buon anniversario a lei ed alla signora Maigret.
Le dica che, grazie ad un certo M. Curtine (*) , che potrebbe  meritare il titolo di  re dei  gastronomi, le sue ricette di cucina hanno fatto il giro del mondo, e che per esempio, sia in Giappone che in Sud America, i buongustai  non trascurano di mettere qualche goccia di  grappa di prugne nel loro “coq au vin”.
Per quanto riguarda i suoi successori al  Quai des Orfevres, ce ne sono molti che  hanno adottato la sua  camminata  e le sue  manie, alcuni di loro, dopo  la pensione,  hanno  scritto  le  loro memorie, facendo seguire  al  loro nome  la  dicitura ” alias commissario Maigret”
L’avete ben meritato.  Abbraccio con  emozione,  sia lei sia la signora  Maigret,  che probabilmente non immagina quante donne la invidino e quanti uomini avrebbero voluto sposare  una donna come  lei e che  un’affascinante giapponese,  tra  le  altre, interpreta il suo ruolo alla televisione, mentre un giapponese interpreta il suo.

Con affetto
Georges Simenon  

(*) M.Courtine: “Le ricette della signora Maigret”, Mondadori 1977/1988

Maigret: una pipa, una vecchia stufa e la bellezza delle Halles a primavera

Un dizionario del cuore per scoprire tutti i segreti del successo

mtestLe inchieste di Maigret si possono pren­dere a una a una o tutte insieme, nel loro cospicuo (76 romanzi e 26 raccon­ti, dal 1931 al 1972) insieme di novecen­tesca commedia umana. In ogni caso la lettura è remunerativa, perché l’autore, Georges Sime­non, è a pieno titolo un classico e il personag­gio- commissario è ancora uomo del nostro tempo. Per rendersene conto, basta entrare nel mondo interiore di Maigret. Nel suo linguag­gio. Nel «dizionario» del suo cuore.

Ambiente «Tutti si chiedevano cosa pensas­se, mentre in realtà non pensava nulla. Non sta­va nemmeno cercando di scoprire degli indizi nel vero senso della parola: si limitava a lasciar­si permeare dall’ambiente». (Il cavallante della «Provvidence» )

Boulevard Richard-Lenoir L’abitazione di Maigret. «La signora Maigret entrò nella came­ra da letto, tappezzata di carta a mazzi di rose. Maigret, stanco, con gli occhi segnati, era diste­so nel letto matrimoniale sul quale spiccava una trapunta di seta rossa». ( Pietr il Lettone)

Commissario «Era un commissario di prima classe con uno stipendio di 2.200 franchi al me­se, il quale ogni volta che chiudeva un caso, do­po aver messo gli assassini sotto chiave, doveva sedersi alla scrivania, prendere un foglio di car­ta, fare l’elenco delle spese, pinzarvi le ricevute e le pezze giustificative, quindi litigare con il cassiere! Maigret non possedeva auto, né milio­ni né una schiera di collaboratori. E se si per­metteva di disporre di uno o due agenti doveva poi mostrarne l’utilità». (Pietr il Lettone)

Donne «Rise. Una risata schietta, argentina. Da lei emanava quello che i cineasti americani chiamano sex-appeal. Perché una donna può essere bella ma non seducente, mentre altre dalle sembianze meno perfette risvegliano il de­siderio o un senso di romantica nostalgia».
(Ilcrocevia delle tre vedove)

Évariste Maigret Padre di Maigret, intenden­te del castello di Saint-Fiacre. «Maigret vide co­me l’avesse avuto davanti agli occhi il piccolo ufficio del padre, vicino alla scuderia, il sabato alle cinque. Tutti quelli che lavoravano al castel­lo, dalle guardarobiere ai braccianti a giornata, aspettavano fuori. Il vecchio Maigret, seduto al­la scrivania coperta di percalle verde, faceva del­le piccole pile di monete d’argento. I dipenden­ti entravano a uno a uno e firmavano il regi­stro, magari solo con la croce…». ( Il caso Sa­int- Fiacre)

Figli «’Lei ha figli, commissario?’. Questa vol­ta fu Maigret a girare il capo dall’altra parte. Per sua moglie il fatto di non avere figli era un cruc­cio. Quanto a lui, evitava accuratamente l’argo­mento’. ( I sotterranei del Majestic)

Giudicare «Si sentiva di fronte agli esseri umani che avrebbe dovuto giudicare, più umile e disarmato che mai» ( Maigret e i vecchi signo­ri). «’La vita non è facile per nessuno…’ riprese il barbone. ‘Neanche la morte…’. ‘Quello che è impossibile, è giudicare’». ( Maigret e il barbo­ne)

Halles «La primavera diffondeva nell’aria e nella vita di Parigi un’allegria spensierata. Certi oggetti e certe persone — le bottiglie del latte davanti a ogni porta, la lattaia col grembiule bianco accanto alla bancarella, il camion che, di ritorno dalle Halles, seminava qua e là le ulti­me foglie di cavolo — gli apparvero come im­magini di quiete e di gioia di vivere». ( La chiu­sa n. 1)

Intuito «Aveva quarantacinque anni. Metà del­la vita l’aveva passata nei più diversi reparti del­la polizia: buoncostume, narcotici e poi polizia municipale, ferroviaria, addetta alle sale da gio­co… Quanto bastava per eliminare ogni velleità di misticismo e far perdere ogni fiducia nell’in­tuito ». ( Il defunto signor Gallet)

Janvier «Poco più in là, sul bordo di pietra della banchina, un giovanotto biondo con l’im­permeabile e un berretto grigio sembrava sor­vegliare le operazioni di scarico del cemento dalla chiatta. Era l’ispettore Janvier, uno degli agenti più giovani ( 25 anni, ndr) della Polizia giudiziaria». ( Unatestain gioco)

Lucas Ispettore che lavora con Maigret. «Tra loro non c’era bisogno di spiegazioni». ( Il ca­vallante della «Providence» )

Moglie «’Mia moglie ( Louise, ndr) ha telefona­to?’. ‘Sì, questa mattina… Le hanno detto che era in missione…’. Ci era abituata. Lui sapeva che se fosse rientrato a casa si sarebbe limitata a dargli un bacio, ad armeggiare con le pentole sul fuoco e a riempirgli il piatto di qualche in­tingolo dal profumo invitante. Al massimo avrebbe azzardato, ma solo quando lui fosse stato a tavola, e contemplandolo con il mento fra le mani, un ‘Come va?’. A mezzogiorno o alle cinque, avrebbe comunque trovato il pasto pronto». ( Pietr il Lettone)

New York «’È così difficile, a New York, riusci­re a capire da dove vengano le persone!’». ( Maigret a New York)

Omicidio «Con gli anni Maigret ha imparato che non si ammazza senza un motivo, anzi sen­za un serio motivo. E anche ammesso che l’omi­cidio fosse opera di un folle o di una folle, si trattava comunque di una persona in carne e ossa, che faceva parte dell’ambiente della vitti­ma ». ( Maigret e i vecchi signori)

Pipa «Maigret aveva assunto la sua espressio­ne più cocciuta. Camminava adagio, le mani in tasca e la pipa tra i denti. Era una pipa perfetta­mente proporzionata alla sua faccia larga e mas­siccia: conteneva quasi un quarto di pacchetto di trinciato». ( Il porto delle nebbie)

Quai des Orfèvres, 36 Ufficio di Maigret. «Appesa al muro, dietro la scrivania, c’era un’enorme carta geografica, davanti alla quale Maigret si piantò, imponente e massiccio, con le mani in tasca e la pipa a un angolo della boc­ca ». «Dalla finestra intravedeva un braccio del­la Senna, place Saint-Michel, una chiatta-lavato­io, il tutto in un’ombra azzurra, costellata via via dalle luci dei lampioni a gas che si accende­vano ». ( Pietr il Lettone)

Realtà «Si è pronti a tutto, ma non alle bizzar­rie della realtà». ( La casa del giudice)

Stufa «Il commissario attizzò il fuoco nella stu­fa. In tutti gli altri edifici c’era il riscaldamento centrale, ma lui non lo sopportava ed era riusci­to a tenersi la vecchia stufa di ghisa che stava lì da vent’anni». ( I sotterranei del Majestic)

Teoria della crepa «Dentro di sé la chiama­va ‘la teoria della crepa’. In ogni malfattore, in ogni delinquente c’è un uomo. Ma c’è anche e soprattutto un giocatore, un avversario: ed è questo che la polizia tende a vedere in lui, è questo che, in generale, affronta. La lotta viene ingaggiata su dati più o meno oggettivi, come ogni problema a una o più incognite che la ra­gione si sforza di risolvere. Maigret agiva come gli altri. Ma lui cercava, aspettava, spiava soprat­tutto la ‘crepa’. Il momento in cui, in altri ter­mini, dietro il giocatore appare l’uomo». ( Pietr il Lettone)

Uomini «I fatti possono concedersi il lusso di essere — o di sembrare — complicati. Gli uo­mini, invece, sono più semplici di quanto ci si immagini». ( Maigret a New York)

Verità «’Ebbene, di verità ancora non ce ne so­no… Forse un giorno ce ne sarà una… O forse no…’». ( Il cane giallo)

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Zia «A prima vista quella storia era non me­no assurda di una fiaba o dei racconti edifi­canti che si trovano nei libri di lettura. Ma lì, davanti alla principessa, si sorprendeva a cre­derci, ad adottare il loro modo di vedere, di sentire, un po’ come, nel convento della zia, camminava in punta di piedi, parlava sottovo­ce, traboccante di soavità e di devozione». ( Maigret e i vecchi signori)

Roberto Iasoni
24 giugno 2009

Articolo presente sul sito del Corriere Della Sera a questo indirizzo.