Maigret, profeta ‘slow food’.

 

La fortuna di Maigret è che Simenon lo fa nascere quando a Parigi non c’ è ancora la Tour Eiffel e lo manda in pensione (a Meung-sur-Loire) nel 1972.

mtestDi lui sappiamo che è nato e cresciuto in campagna, nell’ Allier (oggi famoso per le barriques, di cui non si trova traccia nelle storie di Maigret). è un auvergnat sentimentalmente e gastricamente legato a piatti di terra, pur non disdegnando il pesce d’ acqua dolce (la frittura di ghiozzi) né il mare (sogliola à la dieppoise, cappesante e, quando se la può permettere, aragosta).

Nel ‘ 78, cioè sei anni dopo l’ ultima avventura (Maigret et monsieur Charles), Simenon scrive del suo commissario, in verità suo alter ego: «Maigret è un piccolo borghese molto onesto. Ama mangiare ed è forse l’ unico piacere che si concede, come i poveri. Non va quasi mai al cinema, non vede la tv, non ha l’ automobile, non sa guidare». è vero che Maigret ama mangiare e non si preoccupa della linea. Se sta interrogando un sospetto con la prospettiva di farlo confessare, fa arrivare panini e birre dalla Brasserie Dauphine, altrimenti prende quello che la cosmopolita

Parigi gli offre, ma raramente cede a cucine straniere (giusto una paella, una pizza, una scaloppina alla fiorentina). Parigi non è la città di Maigret, che ci arriva da orfano, a vent’ anni, e nemmeno con la prospettiva di entrare in polizia. Fa il commesso in un negozio di passamanerie di rue des Victoires quando un vicino di pianerottolo, l’ agente Jacquemain, lo convince a scegliere la divisa, e Maigret partirà dal gradino più basso per un flic: da un commissariato periferico, in bici, portando messaggi. Parigi, coi suoi riti, miserie e grandezze, diventa la sua città, è obbligato a conoscerla, dai ministeri (che non ama) alle topaie (che cerca di capire, ma senza fare sconti). Nemmeno madame Maigret, Louise, è parigina. è alsaziana di Colmar, una sorella le manda il liquore di prugne (qualche goccia nel coq au vin è il suo tocco segreto).

Vivono protetti, se non proprio in difesa, al 132 di boulevard Richard-Lenoir. Lei quasi sempre in casa, salvo uscire a fare la spesa per lui. E quando a pranzo c’ è un piatto di quelli prediletti da Maigret, garantito che non può goderselo. Motivi di lavoro. Spesso lui torna che lei è già a letto. Salendo al terzo piano si slaccia la cravatta e infilando la chiave nella toppa ripete la brevissima, rassicurante formula: «C’ est moi». Le uscite mondane si riducono a un quindicinale scambio d’ inviti con la famiglia del dottor Pardon (che è anche il medico curante di Maigret). Abita nello stesso boulevard, ha gli stessi gusti di Maigret. Dopo cena gli uomini si ritirano in un salottino a fumare e a sorseggiare un liquore o un distillato mentre le mogli restano a parlare fra loro e a scambiarsi ricette. Dal dottor Pardon Maigret va volentieri, mentre si sente intimorito, vagamente a disagio, quando lo invita il dottor Paul.

Uno famoso, ha fatto l’ autopsia a Jules Bonnot, l’ anarchico che fece da autista a Conan Doyle e fu ucciso dalla polizia nel 1912. Uno famoso va nei posti famosi, come Lapérouse (quai des Grands Augustins), ma quel lusso ovattato non piace al campagnolo Maigret. A Maigret piacciono posti più popolari, i bistrots che noi chiameremmo trattorie, oppure osterie con cucina. Quelle di una volta (appunto), con una donna ai fornelli (moglie, amante, figlia, sorella, cognata, zia) e un uomo in sala, ad illustrare a voce i piatti del giorno, se già non erano stati scritti su una lavagnetta. Anche il vino sfuso era fornito da qualche parente. In quei posti, con calma, il commissario si consegnava al piacere del cibo. Con calma, lentamente: è facile immaginare Maigret «slow food», non solo perché il fast food doveva ancora essere codificato ma soprattutto per una questione di pelle, di sensibilità.

Oltre al fumo e al sudore, in quelle stanze affollate di varia umanità, il suo naso percepiva gli odori dominanti (burro uguale nord, aglio uguale sud) ma anche quelli che venivano da un localuccio pomposamente chiamato cucina. Le andouillettes alla griglia, il fricandeau all’ acetosella, il coniglio in umido, le trippe à la mode de Caen. Nei suoi esordi parigini, Simenon se ne serviva da Pharamond, alle Halles, e trovava il gusto «eccessivo». I gusti di Maigret sono evidentemente modellati sui gusti di Simenon, cresciuto in Belgio con un padre vallone che mangiava principalmente bistecche stracotte e patate fritte e una madre fiamminga che amava le cotture lunghe e i dolci. «Maigret stava per mangiare il dessert quando si accorse del modo in cui sua moglie lo osservava, con un sorriso un po’ canzonatorio e materno sulle labbra. Fece finta di non notarlo, tuffò il naso nel piatto, trangugiando qualche cucchiaiata di uova al latte prima di alzare gli occhi».

Il brano, tratto da Maigret e il corpo senza testa, rappresenta un Maigret in cui sono stati riversati i ricordi di Simenon. La fortuna di Maigret sta nel non aver conosciuto splendori e limiti della nouvelle cuisine. Quasi impossibile pensarlo alla prese con uno dei mille ikebana della Nc (uno col suo appetito, tra l’ altro, e il suo fisico) oppure, ai tempi attuali, con un salmone marinato all’ aneto, creato dai Troigros ma presente ovunque, dalla Lorena al Roussillon, o con i “méli-mélo”, i “duo”, i “voyages autour de”. Simenon aveva viaggiato tantissimo e, per esempio, mangiato aringhe crude (maatjes) in Olanda e pesce marinato nel latte di cocco a Tahiti. Ma nelle migliaia e migliaia di pagine sulle sue inchieste, Maigret non mangia mai nulla che non sia cotto a puntino, con l’ eccezione delle bistecche alte due dita (con le solite patatine fritte). Maigret è onnivoro perché mangia la choucroute dell’ est come l’ aioli e la bouillabaisse del sud, il cassoulet del sudovest, con preferenze per quello di Tolosa. Bere, uguale, a seconda di come gli gira e di quello che mangia: Muscadet di Sèvre et Maine o rosso forte di Cahors, Borgogna come Médoc, ma anche birra, anche sidro. Maigret mangia quello che vuole, non quello che capita. Si adatta.

Se ha in mente uno spezzatino coi piselli e gli propongono gigot d’ agneau, va bene lo stesso. Quello che conta è che siano piatti semplici e serviti con semplicità. Tra le pagine si scopre una passione che privilegia le frattaglie: animelle, trippe, fegato e in particolare le andouillettes. Si tratta di salsicce composte da tratti d’ intestino e stomaco del maiale, in genere servite con una salsa alla senape o grigliate. Due località si disputano l’ appellativo di patria dell’ andouillette: Troyes, nell’ Aube, dove si fa risalire l’ invenzione all’ anno 878, per l’ incoronazione a re di Francia di Luigi II detto il Balbuziente, e Vire, in Normandia, dove il disciplinare prevede l’ affumicatura delle trippe con legno di faggio. Capisco che una salsiccia di trippe di maiale possa non rappresentare il massimo, ma si tratta di uno dei piatti che si servono non solo nei bistrots ma in tutti gli autogrill di Francia. Lo dico per il morale della trippa e perché Maigret nasce da un contrasto. Il cognome è quasi identico a una specialità (magret de canard) e Maigret significa magrolino. Invece il commissario è massiccio, anche se non grasso, facciamo 110 chili per 1.80 di statura. In tempi di sushi e sashimi non si sa perché imperanti e per conto degli amanti del quinto quarto, lasciatemi chiudere dicendo che a tavola Maigret è vivo e lotta insieme a noi.

 

Articolo scritto da Gianni Mura

Dai bistrot alle chiatte sulla Senna: i 120 luoghi del Commissario Maigret

 

I romanzi di Georges Simenon hanno due protagonisti: il commissario Maigret e Parigi. I 75 romanzi e i 28 racconti polizieschi nei quali Jules Maigret indaga sono anche un monumento letterario alla città, che pure ne ha avuti molti: forse uno dei più belli, certamente uno dei più completi. Del resto Simenon, nato a Liegi, era arrivato a Parigi nel 1922 e se ne era innamorato subito, anche se poi ci visse soltanto fino al ‘38.

La sua Parigi rimane intatta durante tutta la saga del commissario, dal 1930 al ‘72, fuori dal tempo, immota in un bianco e nero da fotografie di Doisneau, una Parigi di bistrot, case chiuse, balli popolari, chiatte sulla Senna e stazioni con ancora le locomotive fumanti. E dire che nei meravigliosi sceneggiati Rai, in bianco e nero anche loro, con il grande Gino Cervi nei larghi panni del commissario (secondo Simenon, di tutti gli attori che avevano impersonato il suo personaggio era Cervi quello che gli si era «più avvicinato») e la non meno brava Andreina Pagnani come madame Maigret, Parigi non si vedeva quasi mai, perché per risparmiare erano girati in studio…

maigret-tavolaPerò quella Parigi, la Parigi di Simenon, è ancora tutta lì (o quasi), come dimostra un volumetto di Michel Carly, grande simenonologo, «Maigret – Traversées de Paris», ovvero «I 120 luoghi parigini del commissario». A cominciare dalla casa: il commissario abita con la signora Maigret al 132 di boulevard Richard-Lenoir, un vialone che risale da piazza della Bastiglia verso nord.

Per la verità, se il nome del boulevard è citato nei romanzi per ben 187 volte (Carly è pignolissimo), il numero civico appare solo in uno, «Maigret et son mort» pubblicato nel ‘48, in italiano «Ben tornato, Maigret» o «Il morto di Maigret», a seconda del traduttore e dell’editore. Ma allora non si capisce perché Maigret, le rare volte che prende il metro, non lo faccia alla fermata di Oberkampf invece che alla Bastiglia, e soprattutto perché sua moglie vada a fare la spesa lontano quando, proprio sotto casa, c’era e c’è uno dei più colorati e appetitosi mercati parigini.

I Maigret vivono lì, in affitto, dal 1912, cioè da quando si sono sposati (ricordiamo che il commissario è nato nel 1887). A parte un breve periodo durante il quale devono traslocare perché il proprietario ha deciso «finalmente» di restaurare il palazzo. E allora il poliziotto più famoso di Francia trasloca in place des Vosges. E questo è possibile solo nei romanzi, o almeno in quelli d’epoca. Adesso la splendida place des Vosges è uno degli indirizzi più chic e di conseguenza cari di Parigi.

Lì abitano star del cinema, ministri ed ex tali, grandi chef e, almeno finché la moglie non si è decisa a sbatterlo fuori, Dominique Strauss-Kahn. Ma Simenon la conosceva bene, perché nel 1923 la piazza, non così esclusiva e anzi ancora malandata come tutto il Marais oggi alla moda, era stato il suo primo indirizzo parigino: prima, aveva sempre vissuto in piccoli hôtel un po’ equivoci. Simenon stava al 21 (Dsk, per la storia, al 13) e aveva come vicino di casa, guarda caso, un certo… Paul Maigret.

Poi, naturalmente, il 36, Quai des Orfèvres, la mitica sede della Polizia giudiziaria, dove il signor commissario ha l’ufficio al secondo piano, con la stufa di ghisa che ha ottenuto di conservare dopo l’installazione del riscaldamento centralizzato. Tutto è descritto con precisione: lo scalone polveroso, il lungo corridoio, la sala d’aspetto dove i sospetti attendono l’interrogatorio di Maigret (ma lui trasuda una tale umanità che alla fine confessare è un sollievo), gli uffici vecchiotti. Qualche anno fa, però, la Brigata omicidi ha traslocato altrove.

Invece la brasserie Dauphine dove Maigret va a mangiare o dalla quale si fa portare un gran vassoio di panini e «demi», i boccali di birra, non esiste. O almeno non è mai esistita con questo nome. C’era invece un café-restaurant «Aux trois marches», ai tre scalini, che c’è ancora anche se ha cambiato nome. Simenon, peraltro, ci si fece fotografare bevendo, anche lui, un «demi». Accanto, al numero 15 della place Dauphine, una targa ricorda che vissero lì Yves Montand e Simone Signoret.

E poi: Pigalle e le sue luci, le stazioni (detestate da Simenon), i canali (amatissimi), le Halles non ancora smantellate con i loro alberghetti sordidi, i ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari al suono della fisarmonica, la rue Lepic, «la via più umana del mondo», certe strade signorili e misteriose di Neuilly o del sedicesimo arrondissement, e chissà che drammi dietro quei portoni chiusi con gli ottoni che brillano… Pochi come Simenon hanno raccontato così Parigi, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi suoni, la sua luce, perfino i suoi odori. Scrittore popolare, può darsi; grande scrittore, senza dubbio.

 

Autore dell’Articolo Sig. Alberto Mattioli